Project Mirror, capitolo 2

scritto da Testadolce
Scritto 19 ore fa • Pubblicato 10 ore fa • Revisionato 10 ore fa
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Autore del testo Testadolce

Testo: Project Mirror, capitolo 2
di Testadolce

Il ragazzo non capì subito. Poi lo guardò meglio. Quel volto tirato, le occhiaie scavate, la rabbia trattenuta.
«Hai perso qualcuno.»

«Mia moglie. Genevieve.»
Telonius pronunciò quel nome come se gli tagliasse la gola. «Guidavo io quella notte. Dovevamo andare a un ballo in maschera dell’alta società. Quei ritrovi da milionari che fingono di salvarsi l’anima tra una donazione e un brindisi.»

Si fermò un istante. Gli occhi persi nella finestra, ma non vedeva la città: vedeva la strada bagnata, i fari.

«Era bellissima, Paul. Indossava un vestito da nobildonna francese, di quelli che hai visto solo nei film. Azzurro chiaro, corpetto stretto, maniche a sbuffo. Mi stava parlando del futuro, ma non c’è stato un futuro per noi.» Inspirò piano. «Poi… il rumore. Il vetro. Le urla. E il fuoco. Tutto il resto della mia vita è cominciato lì, in quell’odore di benzina e seta bruciata.»

Paul rimase in silenzio. Ogni parola era come una goccia che cadeva in un bicchiere già pieno.

«Come si fa,» mormorò Telonius, «a credere in Dio quando ti lascia guardare la persona che ami morire così? È lì che ho smesso di credere. Non solo a causa dell’incidente ma anche ciò che è venuto dopo: il silenzio. Nessuna risposta. Nessun segno.»

Paul chiuse gli occhi, cercando di non vedere l’immagine che quella voce dipingeva.

«E tu pensi che diventando me… ritroveresti Dio?»
«Penso che Dio non mi ascolti più. Forse ascolterebbe te.»

Il silenzio successivo fu un muro. Craigs si sedette a terra accanto a lui, appoggiando la testa al muro di vetro. Dalla città arrivavano sirene vere, lontane, non più parte del bluff. Forse qualcuno, nei piani inferiori, aveva creduto all’allarme e chiamato i soccorsi.

Paul si sentiva svuotato, ma una parte di lui rideva, senza suono. «Sei un pazzo.»
«Probabile. Ma almeno non un ipocrita.»

Fuori, si udì di nuovo un rumore metallico. I mafiosi tentavano di forzare la porta.
Craigs si rialzò, andò alla scrivania e prese la pistola d’emergenza custodita in un vano nascosto. La caricò.
«Non possono entrare,» disse piano.
«Li ucciderai?»
«Se servirà, sì.»

Paul lo guardò, la vista annebbiata. «Sai che non ne uscirai vivo, vero?» 
«Lo so. Ma voglio decidere come.»

Si udì un colpo, poi un altro. Craigs sparò due volte verso la porta, più per spaventarli che per colpire. Il rumore rimbalzò tra le pareti di vetro, un’eco di follia.

Quando tornò accanto a lui, Paul tremava. «Fammi una promessa,» disse con voce rotta. «Qualunque cosa tu stia cercando di fare… non mentire a te stesso.»
«Lo dici come se fosse facile.»
«Non lo è. Ma è tutto ciò che ci rimane.»

Craigs si accovacciò, appoggiò una mano sul petto del ragazzo. Sentì il battito, debole ma ancora vivo. «Non morirai qui.»
«Allora mentirai anche a me.»

Una sirena diversa, lontana ma crescente, si insinuò nel frastuono del protocollo. Il CEO guardò lo schermo: SECURITY OVERRIDE – 10 MINUTI ALLA RIATTIVAZIONE.
Aveva dieci minuti prima che il bluff crollasse.

«Devo portarti via.»
Paul sorrise debolmente. «Sì, certo. Sulle spalle, come un eroe.»
«No,» disse Craigs, e nei suoi occhi qualcosa cambiò. «Ci sono altri modi.»

Si tolse i guanti, si passò la mano sul volto. La pelle parve sciogliersi in una luce opaca. Per un attimo Paul vide due uomini nello stesso spazio: il CEO e sé stesso, sovrapposti come fotografie mal sviluppate.

Poi tutto tornò normale. Craigs, di nuovo Craigs, ma diverso.
«Che diavolo hai fatto?»
«Sto memorizzando la tua forma. Quando sarà il momento, nessuno noterà la differenza.»

Paul cercò di rispondere, ma la voce gli morì in gola. I suoi occhi si chiusero a metà, come se il buio stesse vincendo centimetro dopo centimetro.

Craigs si alzò, le mani ancora macchiate di sangue. La città fuori continuava a brillare, ignara di tutto.
Dieci minuti. Forse meno.
E per la prima volta da anni, Telonius Robert Craigs pregò davvero. Non per Dio, ma per un ragazzo che non aveva mai chiesto di essere un miracolo.

Il tempo stava scadendo. Le luci rosse lampeggiavano come vene pulsanti, e il suono basso delle sirene diventava quasi una voce.
Paul cercava di restare sveglio, ma il dolore si era trasformato in una nebbia densa. Ogni battito del cuore era un richiamo alla terra, un richiamo al sonno.

«Craigs…» mormorò. 
«Non parlare.»
«Voglio solo… sapere perché. Perché tutto questo? Perché io?» Era ormai conscio che quella sulla fede, per quanto indubitabilmente vera, era solo una risposta parziale. Doveva esserci di più.

Telonius chiuse gli occhi un secondo, come se avesse bisogno di trovare il coraggio di dire tutta la verità. «Perché sei l’unico che può salvarmi. Non in senso medico. In senso reale.»

«Che cazzo… significa?»
«La mia azienda ha sviluppato un programma, Project Mirror. Lo conosci, almeno per nome, vero?»

Paul annuì appena. «Un esperimento genetico…»
«Sì. Qualcosa che non avremmo mai dovuto fare. Una tecnologia in grado di replicare le persone. Non solo il corpo, ma tutto: ricordi, schemi mentali, DNA. Perfetta duplicazione. Doveva servire per creare sostituti di sicurezza per capi di stato o agenti in missione impossibile.»

Paul lo fissò, e il terrore nella sua voce non era più fisico.
«Ma tu… l’hai usata su di te.»
«Sì. Una volta. Per errore. Dopo la morte di Genevieve. Volevo farla tornare. E ci sono riuscito. Per un’ora. Poi il suo corpo si è dissolto. Come se Dio stesso avesse cancellato l’abominio.»

Telonius rise piano, ma era un suono spezzato.
«Da quel momento il mio corpo ha iniziato a cambiare. A copiare chiunque toccassi, come se il sistema non avesse più un limite. Io sono il fallimento di Dio e della scienza messi insieme.»

Paul provò a sollevarsi, ma le gambe non rispondevano. «E io… cosa centro?»
«Sei nato in una delle cliniche sperimentali di Craigs Industries, quando ancora il progetto era legale. Nel tuo sangue c’è un enzima che blocca la mutazione. È il codice di arresto. Io non ce l’ho. Se riuscissi a replicare il tuo aspetto… potrei stabilizzarmi. Non cambiare più. Restare umano.»

Un rumore improvviso interruppe tutto. La porta si era sbloccata.
Protocollo Sigma disattivato.

Telonius si voltò di scatto. I tre mafiosi erano tornati, pistole in pugno.
«Basta giochetti, Craigs,» disse Agasio, il più alto. «Hai cinque secondi per aprire, o entriamo noi.»

Telonius afferrò nuovamente la pistola. «Non mi resta molto tempo,» sussurrò. Poi a Paul: «Se non riesco a salvarti, ti prometto che il tuo sacrificio non sarà inutile.»

La porta esplose verso l’interno. Colpi, vetri, urla. Il primo uomo entrò, sparando a caso. Il CEO rispose, un lampo bianco nel buio rosso.
Reginaldo cadde subito, Tancredi si buttò dietro una colonna, Agasio avanzò.

Telonius colpì ancora, il proiettile centrò la spalla dell’uomo. Il rumore era assordante, eppure Paul sentiva tutto come sott’acqua.
Il CEO si mosse veloce, ma un colpo lo raggiunse di striscio alla tempia. Cadde contro la parete, barcollando.

Agasio lo caricò, ma Craigs gli fu addosso come un’ombra. Le mani del CEO, forti, lo spinsero contro il vetro. Una crepa si allargò come una ragnatela.
Il vetro cedette. Agasio urlò, precipitando nel vuoto.

Da dietro la colonna, Tancredi osservava la scena. Intuì che l’unico punto debole del Ceo era il ragazzo; se voleva salvarsi, doveva attaccare lui, sfruttandolo come diversivo, scudo, esca. Craigs fu più svelto però, eliminando la minaccia con un solo colpo letale, dritto al cuore.

Il silenzio tornò, rotto solo dal fischio del vento.

Craigs si accasciò accanto a Paul, il fiato corto, il volto coperto di sangue e vetro. «Ce l’abbiamo fatta.»
Paul lo guardò, gli occhi ormai lucidi e stanchi. «Non c’è… nessun ce l’abbiamo fatta, Robert.»
«Telonius,» lo corresse lui, quasi con orgoglio amaro. «Il mio nome è Telonius.»

Si passò una mano sugli occhi, e per un momento parve invecchiare di dieci anni.

Project Mirror, capitolo 2 testo di Testadolce
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